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Identità di Genere: Travestiti, Transessuali e Transgender, facciamo un po’ di chiarezza!

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É giunto il momento di intavolare l’argomento identità di genere e orientamento sessuale per eliminare una volta per tutte alcuni fraintendimenti installati nel pensiero collettivo delle persone affinchè si abbia più consapevolezza su questo delicato tema.

Che le parole abbiano un peso non è una frase fatta, indipendentemente dal contesto. Usare definizioni appropriate e coglierne eventuali sfumature è ancora più importante quando si tratta di temi delicati, come l’identità di genere e l’orientamento sessuale.

Sono argomenti ai quali non tutti riescono ad avvicinarsi senza stereotipi o, magari, informandosi preventivamente sui termini, il più delle volte utilizzati in maniera inadeguata o, peggio ancora, come sinonimi.

Nonostante i cambiamenti degli ultimi anni, parlare di transgender, transessuali e travestiti continua a generare confusione, in particolare nelle persone estranee a queste realtà. Di qui nasce l’esigenza di spiegarne le differenze, per aiutarti a riordinare le idee e acquisire una nuova consapevolezza al riguardo.

Persone transessuali: un’espressione ancora in uso, ma ormai datata

La terminologia è nata in ambito medico e ha trovato spazio anche in quello giuridico e sociale, quando ancora nessuno parlava di disforia di genere. Quest’ultima locuzione descrive lo stato di malessere derivante dalla difficoltà di riconoscersi nel proprio sesso di nascita: non ha niente a che spartire, quindi, con l’orientamento (etero, gay/omosessuale e così via).

In Italia, il termine transessuale è entrato nel linguaggio comune in seguito alla Legge n°164/1982. La normativa, perfezionata nel 2015 con disposizioni che permettono la rettifica anagrafica del sesso anche in assenza di interventi chirurgici, definisce le modalità e il percorso da intraprendere per effettuare un cambiamento fisico radicale e coerente con la percezione di sé.

In altre parole, chi nasce maschio, ma si sente donna, può compiere la transizione MtF (o Male to Female). Ribaltando la situazione, invece, si parla di iter FtM (Female to Male), che permette alle persone con un corpo femminile di assumere connotati maschili. Il tutto combinando psicoterapia, trattamenti medici ed eventuali operazioni.

A questo punto è doveroso fare una precisazione: il vocabolo “transessualismo” sta cadendo in disuso in molti Stati, perfino all’interno della stessa Unione Europea. Il motivo è legato all’impossibilità di procreare, conseguenza della sterilità indotta dalla riassegnazione chirurgica dei genitali. L’opportunità di avere figli, infatti, fa parte dell’essere uomo o donna, anche quando si sceglie di non averne.

Femmina e maschio non sono sinonimi di uomo e donna

Anche qui è opportuno differenziare: se la prima coppia di parole si riferisce ai tratti puramente fisici e al sesso di nascita, la seconda ha attinenza con l’identità di genere; in particolare:

  • un maschio che assume connotati femminili non va chiamato “uomo”
  • una femmina che compie il percorso inverso non va chiamata “donna”

In ogni caso, il desiderio di transizione non è associato ad alcun disturbo psichiatrico: dal 2018, l’OMS ha cancellato la disforia dall’elenco delle malattie mentali, eliminando qualsiasi legame tra patologia e procedure medicalizzate per la riassegnazione del sesso.

La transizione annulla automaticamente un matrimonio civile?

No: dal 2013 il divorzio coatto è stato riconosciuto come una violazione dell’articolo 29 della Costituzione Italiana. Gli effetti civili di un’unione matrimoniale terminano soltanto previa richiesta di uno o entrambi i coniugi.

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Che cosa si intende per individuo transgender?

Com’è intuibile dal termine, rientrano in questa casistica tutte le persone che non si riconoscono nel proprio sesso biologico. Ma attenzione: sotto tale premessa l’identità di genere non va necessariamente verso la direzione opposta. Vale a dire: non sempre una femmina si sente un uomo in toto, così come un maschio potrebbe non sentirsi una donna.

Non è raro, infatti, imbattersi in chi considera limitante una netta distinzione fra due soli generi e si dichiara non-binary. Naturalmente, a questa espressione corrispondono innumerevoli sfumature, assolutamente non schematizzabili o catalogabili; tuttavia vale la pena ricordare:

  • coloro che ammettono una sorta di ambivalenza tra l’essere uomo o donna, vissuta in maniera più o meno continuativa
  • gli individui che dicono di non rispecchiarsi in alcun genere
  • chi rifiuta ogni possibilità di categorizzazione, anche atipica

Nei territori oltreoceano (Canada e Stati Uniti in primis) è stata introdotta la possibilità di identificarsi con il “Gender X”, perfino nei documenti e all’atto di nascita. Tale opportunità è estesa non solo agli adulti, ma anche ai bambini per volontà dei genitori. Si tratta di un risultato ottenuto dopo anni di lavoro e tanta determinazione: l’evoluzione portata dal transgenderismo a partire dai primi Anni Ottanta ha abbattuto l’idea che esistano soltanto due alternative a disposizione.

Una categoria particolarmente soggetta ad equivoci: i travestiti

Adesso passiamo ad un altro ambito, sempre riguardante la sfera personale, ma più attinente al piano delle abitudini e meno ad un sentire o ad un’identificazione. Stiamo parlando della realtà dei travestiti (o “trans-vestiti”, vale a dire “oltre gli abiti”).

In linea di principio, la tendenza ad indossare capi del genere opposto non implica una condizione di disforia né un’omosessualità latente. Il più delle volte si tratta di persone cis che, spesso, vivono relazioni etero e sono felici di stare nel proprio corpo. L’identità di genere, quindi, può coincidere con il sesso biologico.

L’inclinazione ad abbigliarsi in questo modo si manifesta nell’intimità come al di fuori, senza mutua esclusione a priori e per svariati motivi. Non sempre il movente è la curiosità: può essere l’intento di emulare un personaggio o un conoscente, oppure il desiderio di provare qualche gioco di ruolo, di esplorare l’ignoto e altro ancora…

In passato, il termine “travestito” ha acquisito una connotazione dispregiativa, poiché era riferito ad omosessuali in indumenti femminili dediti alla prostituzione, per lo più per strada. Negli ultimi anni si preferisce usare la locuzione anglofona cross-dresser, anche se non ha un perfetto corrispettivo in italiano.

Drag queen, drag king e cross dresser: qual è la differenza?

Rispetto al cross-dressing vero e proprio, l’attività delle drag queen (uomini vestiti e truccati in modo femminile) e dei drag king (donne in abiti maschili) è limitata ad esibizioni canore, all’interpretazione di un personaggio o al ballo. La finalità è intrattenere e divertire un pubblico più o meno vasto, nella maggior parte dei casi dietro compenso. Un esempio per tutti? RuPaul, artista a tutto tondo di fama mondiale.

Travestiti, transessuali e transgender, ecco chi fa parte delle realtà trans

Travestiti transessuali e transgender

Alla luce di quanto esposto finora, la parola “trans” comprende una moltitudine di sfumature relative alla coerenza tra sesso alla nascita e identità di genere. Transessuali e travestiti rientrano in pieno nella categoria (ammesso che questo sia il termine giusto, dal momento che, in realtà, ogni caso è unico e non può essere incasellato in situazioni pre-definite).

Quanto ai cross-dresser, infine, l’appartenenza al mondo trans è commisurata alla presenza o meno di uno stato di disforia, pertanto non esistono regole fisse. Come abbiamo visto, vestirsi con abiti attribuiti di consuetudine al sesso opposto può limitarsi ad un semplice gioco di ruolo, per quanto abitudinario. E può rimanere completamente slegato dal desiderio, più o meno cosciente, di iniziare un percorso di transizione.

Spero di essere stato esaustivo e di aver fatto chiarezza. Ritengo che per un blog come il nostro sia importante aiutare a destreggiarsi tra le mille sfumature del sesso, non solo praticato! Fammi sapere cosa ne pensi nei commenti.


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